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Contro l’etimologia: il Cratilo di Platone

di Leonardo Chiocchetti (LMU, Monaco di Baviera)

Siamo portati a pensare che conoscere l’etimologia di una parola ci dia accesso al suo significato più

profondo. Basterebbe individuare le antiche radici che compongono una parola per svelarne il mistero.

Il pensiero occidentale ha spesso ceduto a questa tentazione. Per esempio, la verità viene a coincidere

con “ciò che è disvelato” (dal greco a-létheia, combinazione di α privativo e λανθάνω, “nascondere”,

“coprire”; la persona non è altro che un costrutto illusorio, in quanto in latino persona vuol dire maschera.

Ci sono molte ragioni per dubitare di questo approccio. Già Platone, immerso in un milieu culturale

fortemente etimologista, ci aveva avvisato dei pericoli che si annidano in questo tipo di pensiero. In

particolare nel Cratilo, egli ci mostra che l’etimologia ha scarso rilievo filosofico: non è tramite la

conoscenza dei nomi e delle loro radici che possiamo conoscere la realtà. In questo articolo, ripercorrerò

brevemente l’argomentazione platonica, mostrando la sua rilevanza per noi contemporanei.

Il Convenzionalismo

Nel Cratilo, Socrate discute due posizioni sulla “correttezza dei nomi”. La prima è il convenzionalismo,

sostenuto da Ermogene. Secondo costui, non esistono criteri oggettivi per stabilire se un nome sia

corretto. All’interno di una comunità, un nome è corretto quando quella comunità ha deciso di usarlo per

indicare un certo oggetto. Ad esempio, nella nostra lingua cavallo designa l’animale che tutti conosciamo,

ma in altre comunità potrebbe benissimo indicare qualcosa di completamente diverso, come un calabrone

o un numero primo.

Il Naturalismo

Dall’altra parte, Cratilo difende il naturalismo. Egli ritiene che esistano criteri oggettivi che rendono un

nome corretto: un nome è corretto se i nomi che lo compongono descrivono con precisione l’oggetto

designato. Per usare l’esempio platonico all’inizio del dialogo, il nome Ermogene sarebbe corretto solo

se la persona così chiamata appartenesse effettivamente alla stirpe di Hermes (Ἑρμογένης

etimologicamente significa “stirpe di Hermes”). Ma poiché Ermogene non è imparentato con Hermes, il

suo nome risulta scorretto. Per Cratilo, dunque, l’etimologia di un nome deve riflettere la vera natura

dell’oggetto. [Nel caso di nomi semplici, ovvero nomi non composti di altri nomi, il contenuto descrittivo è espresso dalle lettere contenute nella parola, che hanno anch’esse capacità significativa. ρ è per esempio associata al movimento e alla durezza.]

Sia il convenzionalismo che il naturalismo vengono abbondantemente criticati da Socrate, in quanto

entrambi conducono a conseguenze inaccettabili. In quello che segue, mi concentrerò sulla critica finale

al naturalismo di Cratilo (da 435d a 439b, nella parte conclusiva del dialogo).

Socrate contro il naturalismo: Coerenza e Incoerenza (435d–437c)

A 435d, nonostante molte obiezioni già avanzate da Socrate, Cratilo sostiene che chi conosce i nomi

conosce anche le cose. Egli arriva ad asserire che la conoscenza dei nomi non solo è sufficiente, ma è

anche necessaria per conoscere la realtà: l’unico modo per conoscere il mondo è attraverso i nomi.

Socrate risponde con una serie di obiezioni. Primo, fa notare che i nomoteti (coloro che hanno stabilito i

nomi) potrebbero aver compiuto degli errori. Non avendo una conoscenza adeguata delle cose, i nomoteti

potrebbero aver stabilito nomi scorretti. Come escludere che i nomoteti non ignorassero molte delle cose

che nominavano? Cratilo replica che i nomoteti dovevano necessariamente conoscere le cose, perché i

nomi che gli Ateniesi usano sono coerenti tra loro e puntano nella stessa direzione, indicando che tutto è

in continuo mutamento, e niente possiede un’identità stabile.

Socrate ha buon gioco a replicare che la coerenza logica non è garanzia di verità: anche un ragionamento

perfettamente coerente può portare a conclusioni sbagliate, se parte da assunzioni false. Bisogna quindi

sempre esaminare la credibilità delle premesse su cui poggia la concezione dei nomoteti. Inoltre, i nomi

non implicano tutti la stessa concezione del mondo: molti nomi, soprattutto quelli legati alla sfera della

conoscenza, indicano stasi e stabilità. Cratilo tenta di replicare che molti più nomi implicano dinamismo,

ma Socrate risponde che non è credibile contare i significati dei nomi come se fosse un voto a

maggioranza.

Conoscenza divina (437d–438e)

Infine, l’obiezione decisiva di Socrate: se l’unico modo di conoscere la realtà è attraverso i nomi, come

facevano i primi nomoteti a conoscere le cose senza disporre di nomi? Se ammettiamo che esiste una

conoscenza pre-linguistica, dobbiamo rinunciare alla tesi secondo cui i nomi sono l’unico strumento per

conoscere la realtà. Cratilo tenta di sostenere che solo gli dèi, con una conoscenza superiore, possono

aver introdotto i primi nomi corretti, ma Socrate ribatte che non è plausibile pensare che le divinità

abbiano stabilito nomi tra loro contraddittori—alcuni indicanti flusso costante e altri stasi.

Cratilo prova a rispondere che solo una parte dei nomi in uso sono nomi corretti—quelli che implicano

il dinamismo, oppure quelli che indicano l’assoluta stasi. Socrate ha buon gioco a replicare che noi umani

non possiamo stabilire quale visione del mondo sia corretta esclusivamente sulla base dei nomi. Non

abbiamo ragione di preferire i nomi che indicano flusso rispetto a quelli che indicano stasi, o viceversa,

finché la nostra ricerca si basa esclusivamente sui nomi. Bisogna trovare un criterio esterno al linguaggio,

nella realtà stessa, per poter determinare quale visione del mondo sia quella corretta, e quali siano quindi

i nomi corretti. A tal fine, bisogna rinunciare alla tesi secondo cui l’unica forma di conoscenza sia quella

dei nomi.

 

Conclusione: i nomi non bastano

Alla fine del dialogo, Socrate accenna brevemente alla teoria delle idee, secondo cui esistono entità

immutabili che garantiscono la nostra conoscenza della realtà. Senza entrare nei dettagli di questa teoria,

ciò che emerge chiaramente è un avvertimento importante: non possiamo affidarci solo alle parole e alle

loro etimologie per conoscere il mondo. Le parole che usiamo possono essere contraddittorie tra loro, e

non c’è alcuna garanzia che riflettano correttamente la realtà. Come possiamo essere certi che le parole

coniate dagli antichi siano portatrici di verità? Esse sono spesso tra di loro in contraddizione, implicando

contrastanti visioni del mondo. Non c’è motivo di privilegiare una certa visione rispetto ad un’altra,

finché ci concentriamo solo sul linguaggio.

Platone, attraverso Socrate, ci invita a cercare una conoscenza che vada oltre il linguaggio. L’etimologia

può offrirci intuizioni interessanti, ma non dobbiamo considerarla una scorciatoia per la verità. Il

linguaggio è uno strumento prezioso, ma non è l’unico mezzo per accedere alla conoscenza. È

fondamentale confrontarsi con la realtà stessa, superando la tentazione di rimanere comodamente

imprigionati nelle parole.