Dall’altro lato della cattedra

Siamo lieti di condividere con Voi, una riflessione metodologica sulla didattica del latino scritta da uno dei nostri migliori studenti, Emanuele Cresca.

Emanuele frequenta il quarto anno di Liceo Classico presso l’Aristofane; con l’esame finale di giugno, si appresta a concludere con risultati brillanti e sorprendenti il biennio di studi linguistici di latino presso l’IISC.

Ecco come la pensa…

Perché studiamo il latino?

di Emanuele Cresca

Ci dicono che dobbiamo studiare il latino perché sviluppa capacità logiche, ci abitua a studiare con rigore e precisione e ci permette di entrare in contatto con una cultura che è madre della nostra. Noi non ci crediamo. E forse abbiamo ragione.

In cinque anni, un normale studente del liceo classico studia il latino per circa 950 ore (letteratura esclusa). Uno studente del linguistico deve averci a che fare per due anni. Dopo tutto questo tempo, pochissimi possono leggere una lettera di Seneca o un’orazione di Cicerone senza aprire continuamente il dizionario; alcuni non ci riescono neanche cercando tutte le parole. Mi sembra un bottino abbastanza magro. Il vero obiettivo nello studiare il latino e il greco dovrebbe essere uno: avere accesso a quell’infinito patrimonio letterario, filosofico, religioso e scientifico che i classici ci tramandano. Ma se noi vediamo le lettere classiche semplicemente come un esercizio di logica, come un insieme di difficoltà da superare, delle lingue alle quali si può accedere solamente dopo ore e ore passate a studiare norme di grammatica; se noi ci avviciniamo agli autori classici solamente mediante la traduzione, senza riuscire a comprendere e ad apprezzare la complessità e le peculiarità dei testi originali, se noi, infine, quando ci troviamo a  tradurre stravolgiamo, scomponiamo e ricomponiamo come un puzzle le parti delle frasi che altrimenti non riusciremmo a capire e ci affidiamo al dizionario come un naufrago si affida ad una zattera, allora tutto quel patrimonio sarà inevitabilmente perso. Gli studenti che all’università faranno lettere classiche il latino e il greco lo sapranno comunque, certo, come lo sanno studiosi e professori; ma chi invece dopo il liceo con queste lingue non avrà più nulla a che fare non ci metterà molto a scordare tutto ciò che aveva imparato e delle ore passate davanti ad una versione gli rimarrà solamente il ricordo della noia.

C’è però un’alternativa, un metodo che più che una novità rappresenta un ritorno al passato. Fino all’ottocento gli studenti studiavano il latino in latino e il greco in greco (parlandolo, scrivendolo), apprendevano la grammatica a partire dai testi, un po’come noi oggi facciamo per l’inglese o le altre lingue vive. Fatto oggi sembra ad alcuni un gioco intellettuale privo di senso. Ma potrebbe non essere così. Lo si capisce facilmente se pensiamo a quante volte abbiamo perso tempo a cercare le stesse parole sul dizionario: usando attivamente il latino, sul loro significato non avremmo avuto dubbi. Lo stesso vale per costruzioni molto più complicate: anteriorità, posteriorità, contemporaneità, definizioni teoriche che rischiano di rimanere vaghe se non vengono applicate.

“Più farebbe sentir continuo parlar latino e rispondere una mezz’ora al dì, che studiarne la grammatica sette” scriveva a metà XIX secolo Niccolò Tommaseo. È la stessa cosa che ha pensato in tempi recenti Hans Ørberg, un linguista danese che ha scritto, coniugando insieme le tradizioni umanistiche e le moderne scoperte glotto-didattiche, un libro di testo in cui partendo da frasi come “Roma in Italia est” si arriva a leggere senza difficoltà i classici. Potrebbe non essere male provare.